Cassa Rurale della Valle dei Laghi

AREA SOCI
AREA GIOVANI
LA NOSTRA OFFERTA
CHI SIAMO
AREA SOCI

I Soci rappresentano per noi la principale ragione d'essere ed il più potente motore di sviluppo. A loro viene riconosciuto un ruolo primario e grazie ad essi la Cassa Rurale mantiene un legame saldo e proficuo col territorio.

AREA GIOVANI

La Cassa Rurale della Valle dei Laghi vuole essere una Banca "su misura" che dialoga con i propri GIOVANI, versatile ed attenta ai loro specifici bisogni:  per questa ragione offre il suo impegno per risolvere i piccoli e grandi problemi, soddisfacendo velocemente tutte le esigenze di tipo bancario ed extra bancario.

Prenota anche tu una consulenza personalizzata con i nostri giovani consulenti, che parlano il tuo linguaggio, sanno capirti e consigliarti al meglio.

LA NOSTRA OFFERTA

Da sempre la Cassa Rurale da Valore alle idee, fiducia alle iniziative e credito ai progetti perché è una Banca che parte dai Valori mettendo al primo posto, la FAMIGLIA e l'IMPRESA.
Per questo motivo siamo in grado di offrirvi le nostre qualificate consulenze per rispondere ad ogni esigenza con risposte, prodotti e servizi adeguati.

CHI SIAMO

Vogliamo parlarvi di NOI: una Cassa Rurale che fa parte del sistema del Credito Cooperativo ma che si distingue per innovazione e dinamicità. Conoscerai la storia, gli obiettivi e le prospettive di una realtà di cui andiamo orgogliosi: una Cassa Rurale il cui radicamento significa riconoscersi nelle Comunità servite ed essere riconosciute da esse come Banca del Territorio e delle comunità.

Viaggio dei soci della Cassa Rurale a New York

Immagine

Dal 29 settembre al 4 ottobre 2011 la Cassa Rurale della Valle dei Laghi ha portato 45 soci a New York in uno splendido viaggio che i partecipanti ricorderanno a lungo.

New York non lascia indifferente nessuno. Più grande, più alta che mai, la Città delle città è smisurata: gigantismo, diversità etnica, cultura, moda, architettura, cucina. Manhattan, Brooklyn, Harlem e Queens sono solo alcuni dei quartieri che i nostri Soci hanno potuto scoprire assaporando, seppure per qualche giorno, la vita della grande metropoli che i diversi film americani ci hanno fatto amare.

Alleghiamo il reportage del viaggio a cura della socia Monica Salvetta.

 

 
Partire da Francoforte fu un'emozione. Nel salire sul grosso aereo della Lufthansa sembrava di essere invitati in un palazzo, anche se la cosa più evidente, appena occupato il nostro posto, fu lo schermo per il cinema ed altre amenità, consolazione di molti per il lungo viaggio. Pochi si conoscevano, ma tutte quelle ore gomito a gomito ci avrebbero fatto sentire più vicini anche nello spirito. La lingua che ci divideva, veniva superata dagli sguardi, dai sorrisi, che furtivamente ci si scambiavano.
Partire mi riempie di un senso di libertà, di leggerezza, di novità misto ad incognito e curiosità, che mi ravvivano: dormii solo le ultime due ore della traversata. La mappa della trasvolata oceanica ci accompagnò per informarci sulla rotta: Francoforte – Newark 6.215 Km, tempo di volo 8 ore,.Dopo 7 minuti di volo eravamo a quota 3.330 m., velocità 880 Km/h, temperatura esterna 4°C. Tutto documentato costantemente sullo schermo a nostra disposizione.
Il cielo rimase chiaro a lungo così riuscimmo a vedere anche le coste dell'Irlanda, gli alberi eolici in mezzo al mare e qualche petroliera a passeggio. Per non dimenticare da dove veniamo, durante il trasferimento da Verona a Francoforte riuscimmo a distinguere chiaramente la nostra valle e quasi tutti i bancari e banchieri rimasti a casa. Il mondo dall'alto è veramente affascinante!
            Quando le gambe oramai non sopportavano più la posizione e la parte nobile che ci permette di stare seduti cominciava a protestare, comparvero sotto di noi i leggendari grattacieli di Manhattan. Proprio io in un posto così grande e pieno di persone e storie straordinarie! Sembrò che tutto il mondo desiderabile si concentrasse lì. New York resta sempre un posto mitico.
            All'aeroporto di Newark (New Jersey) la grandezza americana si mostrò: arrivati in cima alla scalinata sull'arco quadrato che immetteva nel corridoio troneggiava la scritta WELCOME TO THE UNITED STATES OF AMERICA. Eravamo proprio arrivati nella Grande Mela! Tutta l'America era New York.
La sicurezza si rilevò un fattore imprescindibile, per cui la schedatura fu particolareggiata e rigorosa: controllo dei passaporti, della carta consegnataci in aereo (custom declaration), foto ed impronte digitali. Nessuno può scappare o sottrarsi al controllo del sistema più famoso del mondo: la CIA.
            Usciti dall'aeroporto potemmo annusare l'aria americana. In realtà nessuna differenza ci invase, anche perché il contatto con la Grande Mela ci sarebbe stato da lì a mezz'ora. Dirigendoci verso il nostro albergo, nei pressi della luminosa Times Square, fu un progressivo immergerci nelle luci. La sera ci copriva il panorama, che avremmo gustato al ritorno, ma le enormi torri perennemente illuminate di Manhattan erano inconfondibili, proprio come si vede in TV, al cinema, sui giornali. Tutto quello esiste veramente! Più ci si addentrava lungo le Streets e le Avenue più gli occhi non si davano pace: bisognava catturare avidamente tutto ciò che ci si presentava, gustare e godere il tanto che questa città ci stava per offrire, anche se in poco tempo.
Finalmente Times Square. Non grande come me la immaginavo, ma i cartelloni pubblicitari a led erano fantastici e coinvolgenti. La frenesia delle persone e macchine non mi colpì particolarmente, vista l'ora qualcuno era già rincasato, ma un piccolo assaggio me lo presi ugualmente.
Sistemate le valige il mondo era troppo stanco per ascoltare le emozioni, così uscii da sola per convincermi che ero proprio a New York. Il tempo non era molto, e non si poteva farlo passare senza sfruttare ogni momento. Il mio scarso senso dell'orientamento mi obbligò a fissare i particolari e soprattutto i cartelloni pubblicitari, come fossero briciole di pane per ritrovare la strada del ritorno. Non ebbi la sensazione di essere così lontana da casa. Mi sembrava fosse tutto molto normale e che potessi considerarmi cittadina del mondo. A quell'ora tarda, quasi mezzanotte, c'erano negozi aperti, ragazzi che girava come fosse mezzogiorno. La voglia di raccogliere tutte le sensazioni sia visive che olfattive mi indusse a respirare profondamente, a girare con il naso all'insù e con le mani aperte per toccare quell'atmosfera. Le insegne luminose, enormi e dinamiche, cambiavano frequentemente e a volte interagivano con i passanti. Mentre con altre persone guardavamo la nostra immagine nella piazza ripresa su un cartellone, comparve un ragazzo, proiettato come un gigante sullo schermo, che con la punta delle dita prese per il bavero un ragazzo all'interno della ripresa e con un pizzicotto lo lanciò lontano tra le risate del pubblico. Poi toccò anche a me: una bella ragazza in minigonna mi raccolse, mi lanciò tra le nuvole e alla mia ricaduta mi chiuse in una borsa della spesa. Un benvenuto veramente originale!
La notte si faceva sempre più fonda, ma solo un lucido ragionamento mi fece rientrare in hotel. Era troppo interessante e nuovo per non fermarsi fino all'esaurimento, ma a volte bisogna ascoltare il “buon senso”, anche contro il proprio sentire.

 Dalla finestra della stanza i palazzi attorno ti facevano sentire come al piano terra, e non al 42°. Gli uffici tengono le luci accese, anche se non c'è nessuno. Schiacciando il naso al vetro e guardando a sinistra si intravedeva il Chrysler Building. Questo grattacielo, alto 319 m, supera di molto il nostro hotel. La parte alta della facciata riproduce le ruote o la griglia del radiatore delle auto e il pennone alto 56 m. servì all'architetto per vincere la gara per il grattacielo più alto, alla fine degli anni venti. Gloria durata poco, perché dopo pochi mesi fu inaugurato l'Empire State Building alto 380 m, e fino a 448 m se consideriamo la punta dell'antenna, comunque sempre 102 piani. Rimase il grattacielo più alto del mondo per circa quarant'anni. Comunque è il più rappresentativo nello skyline della città e negli anni divenne una star di Hollywood facendo la comparsa in un centinaio di film, il più famoso fu King Kong. Questo grande palazzo fu inaugurato il 1° maggio 1931 e dal 1976 gli ultimi trenta piani vengono illuminati con colori diversi a seconda della stagione o delle feste in corso. Noi lo vedemmo circondato da un fumo verde. Una sera avemmo il piacere di salire al 86° piano dove, dalla terrazza panoramica, ammirammo il panorama notturno della città. I nostri occhi in questo viaggio furono messi alla prova, le nostre emozioni ebbero uno sfogo. Vari i pensieri: romantici, impressionati, curiosi per i milioni di persone e milioni di luci a perdita d'occhio. Come è facile identificarci con le formiche a queste altitudini e con queste visioni del mondo.
            Punto d'incontro dell'America con il resto dell'umanità è Lady Liberty e l'isola Ellis alla punta sud di Manhattan. Per arrivarci costeggiammo la sua costa ovest lungo la West Side Hwy, lungo il fiume Hudson (vero fiume, mentre l'East River è una lingua di oceano), passammo per il Distretto Finanziario costituito dal World Financial Center e dal World Trade Center, non più chiamato Ground Zero. Per raggiungere la Statua della Libertà partimmo da Battery Park. Questa è una zona verde alla punta meridionale della città creata con materiale di riporto. Il suo nome lo deve alla presenza di 28 cannoni, rinchiusi nel Castle Clinton e costruiti con il contributo della cittadinanza, per difendersi dalla Gran Bretagna nella guerra del 1814, quando intendevano conquistare gli Stati Uniti. Per contrastare la prossima invasione costruirono anche forti e castelli sulle isole della baia. Questi cannoni non spararono mai perché gli inglesi non si presentarono mai ed ora sono conservati a Washington DC. Questo castello fu il centro di accoglienza degli immigrati tra il 1855 ed il 1890, prima dell'apertura di Ellis Island e poi venne trasformato in acquario e infine in sala da concerti e piccolo museo.

 Dopo essere stati perquisiti da una sistema tipo aeroporto, salimmo sul battello. La giornata era splendida, il cielo intensamente azzurro, il sole scaldava ed il lieve vento accarezzava i capelli. La vista dei grattacieli che si allontanavano riempiva gli occhi. Pareva una costruzione artificiale, di Lego. Si delineava la punta di Manhattan come un vaso da cui spuntavano dei fiori di vetro, alti, compatti e orgogliosi. Emozioni sovrapposte inondavano il cuore come gli occhi. Ad un certo punto lo sguardo si spostò sulla Grande Signora, dominatrice della baia da Liberty Island (ex Bedloe's Island). La Statua della Libertà porta bene i suoi 126 anni. Infatti entrò nel porto di New York il 17 giugno 1885, rinchiusa in 300 casse di legno rigorosamente catalogate, e fu inaugurata l'anno successivo. La sua storia iniziò nei salotti intellettuali e progressisti francesi, che pensarono di omaggiare gli Stati Uniti per il primo centenario della Dichiarazione dell'Indipendenza del 4 luglio 1776. Vari personaggi ruotarono attorno alla realizzazione di quest'opera ed in particolare lo scultore francese Frédéric-Auguste Bertholdi che la realizzò; l'ingegnere Gustave Eiffel, che inventò la struttura in ferro dello scheletro, che sosteiene la “pelle” di rame; Edouard Rene de Lefebvre de Laboulaye professore di diritto che, seguendo i sentimenti filoamericani dell'epoca, promosse e sostenne l'idea. Gravi furono le difficoltà finanziarie per la realizzazione dell'opera, sia in Francia che in America. Vennero fatte lotterie, appelli sui giornali, e scritte opere poetiche.
Joseph Pulitzer reperì i fondi per la costruzione di un adeguato piedistallo attraverso la campagna promossa sul suo giornale. La poetessa americana Emma Lazarus completò l'opera con alcuni versi: “Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia” grida con silenti labbra, “Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti; mandatemi chi non ha casa, chi è squassato dalle tempeste, io innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d'oro!” Queste parole furono incise sulla base della statua nel 1903, vent'anni dopo la morte della scrittrice.
Alta 93 m, di cui 46 di statua, dal piedistallo alla punta della torcia, è simbolo della libertà che illumina il mondo, una libertà divenuta legge, rappresentata da “una donna matura, calma, che avanza con il passo leggero e sicuro del progresso” (F.A. Bertholdi citato da C. Augias in “I segreti di New York”).
Altro momento di intenso ricordo, anche della nostra storia, fu la visita a Ellis Island, primo punto di ricovero per gli immigrati dal 1892 al 1954. Quest'isola fu acquistata nel 1785 e aveva una superficie di solo un ettaro, che arrivarono a undici grazie al deposito di detriti. Qui passavano solo i passeggeri di terza classe provenienti da tutto il mondo, che raccolti nella Great Registry Room , dopo aver passato visita medica, di circa sei secondi, l'ispezione legale, rispondendo a ventiquattro domande, venivano ammessi negli USA, mandati in galera o rispediti a casa. . Tipico di questa sala, lunga 61 m., è l'architettura e il soffitto ad archi con piastrelle di ceramica a spina di pesce dell'architetto spagnolo Rafael Guastavino (1842-1908), che costruì varie strutture in questa ed altre città con lo stesso stile, che diventò tipico di New York. La vita degli immigrati era dura fin dall'inizio, le donne non avevano dignità in America, valevano meno dei cavalli e quindi non potevano entrare in questo paese se non con marito o fidanzato. Arrivate a Ellis Island venivano separate dagli uomini e quando veniva fatto l'appello, se nessun uomo si alzava a “reclamarle” venivano rimpatriate. Questo portò alla “prenotazione” di mariti o fidanzati durante il viaggio in nave. Alla fine i poveri immigranti passavano attraverso la “scala del destino”: tre diverse scale separavano le persone che andavano in carcere, da quelle che sarebbero state rimpatriate, da quelle che avevano superato le visite e potevano rimanere in USA.

 
Questa nazione è stata da sempre punto di riunione di persone da tutto il mondo, e adesso si sentono a casa loro. Naturalmente vedi gente di tutte le razze e non ti viene in mente di chiederti da dove vengono: sono di New York!
            Di nuovo in traghetto. Di nuovo all'aria americana. Di nuovo sul pullman per avere l'impressione che la città sia piccola. Ci dirigemmo verso il World Trade Center e la nostra guida Rafael ci illustrò come erano organizzate le torri tra cui le Torri Gemelle, colpite quel tragicamente famoso 11 settembre. Nel crollo altre cinque furono gravemente danneggiate e successivamente abbattute. Il progetto di ricostruzione del 2002 prevedeva il ripristino di tutte le torri, per cui la settima fu terminata nel 2007. L'anno scorso si pensò di costruirne solo sei e quella che non vedremo mai sarà proprio la sesta. Le torri 2 e 4 saranno terminate per il 2012. Per dare una sbirciata alle fontane che hanno preso il posto delle Torri Gemelle entrammo nel World Financial Center, dove si può ammirare la sala centrale con le palme, che in una foto del 11 settembre erano impolverate e in mezzo alle macerie. Un cantiere impedisce una buona visuale della zona, ma si potemmo vedere la grande bandiera americana innalzata nel giorno dell'anniversario su uno dei grattacieli in costruzione. Le immagini dal vero non mi impressionarono tanto quanto le foto del libro trovato nella cappella di S.Paul, dove quel tremendo giorno vennero raccolti i feriti. Qui rimangono tanti ricordi veri, come un lettuccio e dei pupazzi, ma anche tanti stendardi portati dalle associazioni della città e da tutto il mondo. In questa chiesa veniva a pregare George Washington, ma se non ci fosse qualche targa, il ricordo andrebbe solo a persone ed episodi ben più recenti.
           
            Quello che vi ho raccontato mi ha colpito maggiormente, pur non potendo dimenticare gli innumerevoli palazzi, e soprattutto le enormi vie tra le quali siamo riusciti a districarci senza perderci troppo, al mal di collo per cercare di raggiungere la cima dei grattacieli. Mi è rimasta la voglia di tornare e ho l'impressione che non troverei questa metrolpoli così sconosciuta, anche se questa volta abbiamo avuto solo un assaggio, peraltro molto piacevole. C'é chi non ci vivrebbe, forse nemmeno io lascerei i miei monti e gli amici (nonché la banca!!!), ma un po' di curiosità è rimasta, per vedere l'effetto che fa. Ringraziamenti agli organizzatori, ed in particolare agli accompagnatori, che hanno vissuto momenti di controllato panico: “n'do sarai nadi?!” 
Un particolare saluto alla compagnia: tante persone dinamiche e pronte a scoprire il mondo.
 
Monica Salvetta